C’è una Roma che non sta nelle cartoline, e profuma di sugo che cuoce da ore. È la Roma del quinto quarto, la cucina nata dal nulla e diventata orgoglio. Il nome stesso racconta una storia: quando si macellava una bestia, le quattro parti pregiate — i quattro quarti — finivano sulle tavole di chi poteva permettersele. Tutto il resto, le interiora, le parti considerate povere, era il “quinto quarto”. E quel quinto quarto andava a chi lavorava la carne con le proprie mani, spesso come parte della paga.

Testaccio, dove tutto è cominciato

Il quartiere di Testaccio, ai piedi del suo celebre monte fatto di cocci d’anfora, è il cuore di questa storia. Qui, per buona parte del Novecento, sorgeva il grande mattatoio della città. Attorno a quel luogo viveva un’intera comunità di lavoratori — i “vaccinari”, gli operai della macellazione — e fu da loro che nacque una cucina capace di trasformare gli scarti in capolavori.

Non era una scelta gastronomica, era necessità. Ma da quella necessità è nato un patrimonio che oggi si ordina con riverenza nelle trattorie storiche. È la lezione più bella della cucina povera: l’ingegno che diventa sapore, la fame che si fa creatività. Niente si butta, tutto si trasforma.

I piatti che hanno fatto la storia

Il re indiscusso è la coda alla vaccinara: coda di bue cotta lentamente in umido, con sedano, pomodoro e un tocco di spezie, finché la carne non si stacca dall’osso da sola. È un piatto di pazienza, che richiede ore di cottura dolce e una mano che sappia aspettare. Il risultato è una ricchezza di sapore che pochi tagli nobili possono eguagliare.

Poi c’è la trippa alla romana, lo stomaco del bovino cotto nel sugo di pomodoro e servito con pecorino e menta romana — la mentuccia — che le dà quella freschezza inconfondibile. La pajata, i rigatoni con l’intestino del vitello da latte, dal sapore delicato e cremoso. E ancora la coratella, l’animella, il fegato: ogni parte ha la sua ricetta, il suo giorno, la sua liturgia.

Molti di questi piatti seguivano un calendario settimanale preciso, dettato dai ritmi del mercato e della macellazione. Era una cucina ordinata, ritualizzata, che scandiva la vita del quartiere.

Una cucina di carattere

Il quinto quarto non è cibo per tutti, e va bene così. Sono piatti decisi, di sapore intenso, che chiedono coraggio a chi li assaggia per la prima volta. Ma chi li ama, li ama profondamente, perché dietro ogni forchettata c’è una storia di dignità. È la cucina di chi si è rimboccato le maniche, di chi ha fatto di necessità virtù, di chi non si è mai arreso.

C’è qualcosa di profondamente romanista in tutto questo. L’idea di tirare fuori il meglio dalle situazioni più difficili, di trasformare la fatica in qualcosa di bello, di portare avanti una tradizione con testardaggine e orgoglio. Il quinto quarto è la cucina del cuore matto, di chi tifa con le viscere e non molla mai.

Mangiare la memoria

Andare a Testaccio oggi e ordinare una coda alla vaccinara significa sedersi dentro una storia. Significa onorare generazioni di lavoratori che hanno costruito un sapere culinario senza scriverlo, tramandandolo di padre in figlio, di nonna in nipote. Significa capire una città attraverso il suo stomaco.

Non lasciatevi spaventare dai nomi o dalla reputazione. Affidatevi a una trattoria seria, di quelle dove cucinano come si è sempre fatto, e datele fiducia. Scoprirete che dietro la fama “estrema” del quinto quarto c’è una sorprendente delicatezza, una sapienza antica nel domare ingredienti difficili.

È la Roma vera, quella che non si mette in posa. La stessa che canta in curva, che soffre e gioisce, che resta fedele anche quando le cose si fanno dure. Buon appetito, e forza Roma.

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