Il conto alla rovescia è finito
L’ultima volta che la Roma ha giocato in Champions League, era la stagione 2018-19. Da allora, sette anni di Conference League, di Europa League, di finalissime all’alba e di notti europee minori. Sette anni in cui ogni estate si ricominciava a sperare, e ogni primavera si tirava le somme con quella sensazione amara tipica dei romani: quasi, ma non abbastanza.
Quest’anno è diverso. Con il terzo posto in Serie A e 73 punti conquistati in 38 giornate, la Roma di Gian Piero Gasperini è tornata nell’Europa che conta. Quella con l’inno. Quella con i grandi d’Europa.
Non è stato un cammino lineare. Ma il risultato finale parla da solo.
Il sistema che ha cambiato tutto
Quando Gasperini è arrivato a Roma nell’estate 2025, molti erano scettici. Il tecnico di Grugliasco aveva costruito un’Atalanta straordinaria, capace di vincere l’Europa League nel 2024, ma Roma non è Bergamo. Diversa piazza, diversa pressione, diversa aspettativa.
Gasperini ha risposto con il suo calcio. Pressing alto, transizioni rapide, difesa alta che comprime gli spazi. Un sistema che richiede atletismo, disciplina e — soprattutto — convinzione collettiva. Nelle prime settimane la Roma ha sorpreso tutti: dopo sei giornate era in testa alla classifica insieme al Napoli di Antonio Conte, con 15 punti. Il messaggio era chiaro: questa squadra sa cosa vuole.
Le difficoltà sono arrivate, come sempre. L’eliminazione agli ottavi di Europa League per mano del Bologna — una sconfitta 3-4 dopo i tempi supplementari, in casa, che ha fatto malissimo — avrebbe potuto scuotere l’ambiente. Non è successo. La squadra ha compattato, il focus è rimasto sul campionato.
I numeri che reggono la struttura
Tre sono i pilastri numerici di questa stagione.
Mile Svilar ha disputato tutte e 38 le giornate in campionato, diventando il giocatore con più presenze della rosa nella Serie A 2025-26. Il portiere serbo, preso dal Benfica tre anni fa, ha raggiunto la maturità definitiva sotto Gasperini: al netto degli infortuni altrui, è lui la roccia su cui è costruita la difesa giallorossa.
Donyell Malen, arrivato in prestito dall’Aston Villa a gennaio, ha segnato 14 gol in campionato (15 totali) diventando il capocannoniere della rosa. Una storia di intuizione mercato — nel mezzo della stagione, trovare un giocatore capace di fare la differenza è raro. Malen è stata quella trovata.
Lorenzo Pellegrini, capitano, ha confermato il suo valore nel momento più importante: è stato lui a siglare il gol del derby nella 4ª giornata, il 21 settembre 2025, decidendo Roma 1-0 sul Lazio. Un gol che vale una stagione di senso d’appartenenza.
Perché conta, aldilà dei punti
In Serie A si qualificano in Champions le prime quattro. Finire terzi significa saltare i preliminari e entrare direttamente nella fase a campionato. Significa giocare subito contro le big d’Europa, non sudare su campi impegnativi a luglio per guadagnarsi il diritto di stare al tavolo dei grandi.
Per la Roma, terzo posto vuol dire Barcellona, Bayern, PSG, Liverpool — i nomi veri. Quelli che riempiono l’Olimpico anche nei martedì di pioggia. Quelli che fanno ricordare perché il calcio, ogni tanto, è ancora uno sport straordinario.
L’identità ritrovata, oltre la classifica
Sarebbe riduttivo leggere questa stagione soltanto attraverso la lente del piazzamento. Ciò che ha colpito chi segue la Roma con costanza non è stato il quanto, ma il come. Per troppi anni il tifoso giallorosso aveva imparato a convivere con una squadra che vinceva senza convincere, o che convinceva senza vincere — un perenne disallineamento tra risultato e gioco che alla lunga logora più di una retrocessione. Gasperini ha riconciliato le due dimensioni. La sua Roma ha proposto un’idea riconoscibile, ripetibile, esportabile su qualsiasi campo, e l’ha sostenuta per nove mesi.
C’è una differenza profonda tra una squadra che galleggia e una squadra che ha un progetto. La prima dipende dagli episodi, dalle giornate di grazia del singolo, dalla fortuna negli scontri diretti. La seconda costruisce un margine strutturale: anche nelle giornate storte raccoglie qualcosa, perché il sistema regge a prescindere dall’ispirazione individuale. È questa solidità di metodo che spiega come una rosa non stellare sul mercato abbia potuto reggere il confronto con avversari oggettivamente più ricchi.
Il peso psicologico di una soglia superata
Ci sono soglie che, una volta attraversate, cambiano la mentalità di un intero ambiente. Tornare in Champions dopo sette anni non è solo un fatto economico o sportivo: è un atto di legittimazione. Rimette la Roma in una conversazione da cui era stata progressivamente esclusa, quella dei club che contano nelle notti che contano. E lo fa in un momento in cui il calcio italiano, nel suo complesso, cerca di riconquistare credibilità nel ranking europeo.
Resta, naturalmente, l’incognita più affascinante: come reagirà questo gruppo al salto di livello? Il calcio di Gasperini, fatto di duelli individuali e linee altissime, è ad alto rischio contro avversari capaci di punire il minimo errore di posizione. Ma è anche un calcio che non ha paura di nessuno, e che storicamente ha messo in difficoltà proprio le big abituate a gestire il pallone. La verità è che nessuno lo sa ancora, e forse è proprio questo il bello. Dopo sette anni di certezze amare, la Roma si concede di nuovo il lusso dell’incertezza europea.
Sette anni sono passati. Da quest’autunno, si ricomincia a sognare davvero.
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